Warning: array_shift() expects parameter 1 to be array, boolean given in /web/htdocs/www.claudiocalia.it/home/config/ecran_securite.php on line 283 Di consapevolezza e intenzionalità... - Claudio Calia ...fa fumetti e siti internet.
 
 
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30 settembre 2012

Di consapevolezza e intenzionalità...

...ovvero, di poetry comics e poesia e fumetto

E’ già passato del tempo dall’incontro a Pordenonelegge sulla Comics Poetry, dove con Daniele Barbieri, Lello Voce e Davide Toffolo si è parlato per un’oretta di fumetti, poesia, e dove e se si è dato questo connubio.

Il buon Daniele Barbieri, che ho conosciuto "dal vivo" per l’occasione, ha già scrupolosamente pubblicato gli appunti per i suoi interventi sul suo blog, fonte sempre interessante di informazioni e approfondimenti, che linko di seguito:

- Della poesia a fumetti
- Della poesia a fumetti (segue)
- Di William Blake, quasi fumettista – o della poesia a fumetti (terza e ultima puntata)

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C. Calia, D. Barbieri, L. Voce e D. Toffolo a Pordenonelegge, 21 settembre 2012

Non sono così bravo e ordinato da essermi preparato degli appunti prima di fare i miei interventi sul tema, ma piuttosto mi va di condividere alcune riflessioni che mi sono venute in mente dopo aver parlato in pubblico per la prima volta dell’argomento, e dopo aver avuto la possibilità di leggere i sempre esaurienti appunti di Barbieri.

Prosa e poesia nei fumetti.

Intanto, già al bar prima di affrontare l’incontro abbiamo subito concordato che per poesia a fumetti intendiamo qualcosa che non va confuso con la lirica ma con un attenzione particolare nell’atto della creazione alla ricerca formale. Che è un po’ l’idea che mi sono fatto nel leggere cose di chi oggi chiama "poetry comics" quello che fa.

Leggo al primo link:

...nel fumetto non esiste una distinzione analoga a quella tra poesia e prosa

e

Quello che distingue la poesia dalla prosa è insomma una differente attenzione verso il cosiddetto aspetto formale, cioè verso il modo in cui il testo (orale, scritto, visivo che sia) si presenta, indipendentemente dal significato delle parole che usa, o anche solo indipendentemente dal discorso o dal racconto che le parole sembrano trasmettere. Nella prosa, in altre parole, la parola è trasparente, nel senso in cui gli informatici usano questo termine: nel leggere prosa, cioè, ci focalizziamo sul significato delle parole, su ciò a cui rimandano, sul discorso che esse costruiscono, e non percepiamo se non funzionalmente la forma stessa della parola (la sua forma visiva o sonora). Questo è così vero che, nel riportare la prosa, tolleriamo più facilmente le parafrasi o le sostituzioni con sinonimi. Certo, non è vero del tutto; e la parola non è mai del tutto trasparente: però possiamo considerare la prosa come quell’ambito letterario in cui la parola tendenzialmente lo è.

E tra queste due frasi percepisco un piccolo cortocircuito, un prurito dietro al cervelletto che non posso fare a meno di condividere con i miei undici lettori.

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Nick Raider e Chris Ware: davvero non ci sono diverse finalità nell’uso dello stesso linguaggio?

Se la differenza tra prosa e poesia sta nella differente attenzione verso il cosiddetto aspetto formale, davvero nei fumetti non è applicabile una classificazione del genere? Non fraintendiamoci: qua non sto cercando di attribuire più o meno nobiltà alla poesia rispetto alla prosa, nè viceversa. Nè soprattutto tra fumetto con alta o... bassa attenzione verso il cosiddetto aspetto formale (definizione bruttissima ma facciamo a capirci, ok?). Però secondo me il mondo è pieno di fumetti che, raccontando storie, si interrogano sul linguaggio e di fumetti che non lo fanno e raccontano storie utilizzando codici visivi già ampiamente collaudati e inossidabili. Senza alcuna connotazione di qualità, quale peraltro sarebbe assurda già in ambito letterario (non credo abbiano senso frasi tipo "a me piace la letteratura la poesia mi fa schifo" e viceversa), davvero non si può dire che ci sono fumetti che si interrogano sul linguaggio più di altri, e fumetti realizzati con il solo scopo di raccontare buone storie? E se è vero, e penso che sia vero, davvero non possiamo distinguere tra fumetti in cui la composizione di testo, disegno, baloon, vignette, onomatopee e segno possono assumere significati indipendentemente dalla storia che raccontano e altri in cui questa alchimia - per scelta produttiva, per scelta personale dell’autore, etc... - non è voluta?

Il terrore per la parola

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Poem prints di John Giorno

Facendo un esempio piuttosto azzeccato, Davide Toffolo ha paragonato l’uso del segno per l’autore di fumetti come strumento dalla funzione paragonabile al tono per il poeta. Al mio intervento successivo, ho voluto però, ammettendo che il talento per il segno non è certamente tra le mie qualità più evidenti, sottolineare come il segno sia solo uno degli elementi che partecipano alla costruzione formale di una tavola a fumetti. Ed affrontando il mio lavoro su Wordklouds e Piccola Cucina Cannibale, ho spiegato come questo sia partito anche dalla constatazione che la poesia sia arte attinenente alla parola e che questo rapporto sarebbe dovuto essere espresso in un lavoro che ho voluto definire di poetry comics. Per questo ho voluto pensare la parola come elemento grafico, ipotetica mezza tinta, tessuto del disegno, in un contesto di elementi e attrezzi dei fumetti: onomatopee, vignette, spazi bianchi, balloon.

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Wordklouds #1 in lavorazione

Su questa cosa della parola ho visto in due interlocutori, Barbieri e Toffolo, un piccolo sobbalzo. Credo questo sia avvenuto proprio mentre citavo che il rapporto tra fumetto e poesia si può declinare anche in un utilizzo consapevole del lettering e delle onomatopee. Vedete, c’è certa scuola, che per un certo periodo è stata - non nego - necessaria ai fumetti, che ritiene che un fumetto sia meno maturo quando utilizza le onomatopee. Se non ricordo male questa discussione avviene circa attorno alla pubblicazione di Watchmen, scritto appositamente da Moore senza l’utilizzo di onomatopee per contribuire a dare all’opera un’aspetto più adulto. Devo dire che per i tempi - e per le opere che aveva attorno - l’idea di Moore mi è sembrata saggia ma che ormai, ventisei anni dopo, l’argomento mi sembra che si sia normalizzato da sè , tornando a concepire le onomatopee come un elemento che non può essere cattivo per sè, ma che come tutto dipende da come viene utilizzato.

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L’onomatopea come strumento grafico/narrativo, da Cerebus di Dave Sim

Secondo me pensare ancora - non dico che sia questo il caso dei due interlocutori ma solo che parlarne con loro mi ha fatto venire in mente questa cosa - che l’utilizzo dell’onomatopea in un fumetto sia qualcosa di squalificante impedisce di costruire relazioni sane non dico tra il fumetto e la poesia, ma tra il fumetto e tutto un mondo di arti, tra cui il writing ma anche i poem prints di Jhon Giorno mi vengono alla mente, che sulla decostruzione grafica e significante della parola o addirittura della singola lettera fondano la propria essenza.

E mi sembra assurdo che il fumetto rinunci ad uno dei suoi più forti elementi compositivi all’inseguimento di un pubblico maturo che, viceversa, andrebbe alfabetizzato ai codici visivi del linguaggio. Come d’altronde faceva nella pratica quotidiana e popolare un tipino come Will Eisner, eh?

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Schizzo, by Mace

L’intenzione è tutto.

Barbieri si è presentato preparato con una serie di slide da proiettare rappresentanti tavole di diversi fumetti: molto Toppi, del Dark Knight di Miller, Little Nemo, Druillet. Tutti fumetti in cui il linguaggio diventa contenuto attraverso la disposizione in pagina di balloon e vignette, finalizzate a definire il ritmo del racconto: il ritmo è l’altro elemento che è stato citato come ideale punto di incrocio tra fumetti e poesia.

Ecco, pur essendo questa indagine storica nei fumetti quello che mi aspettavo, da un critico preparato come Barbieri, rimango un po’ deluso dal fatto che non sia riuscito a convincerlo che da questo è necessario ora fare un piccolo salto logico.

E’ vero, ci sono nella storia fumetti che per le loro caratteristiche formali possono essere accostati, come intenzione dell’autore, al lavoro di un poeta che scolpisce un testo.

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Krazy Kat, George Herriman

Ma sempre di autori di fumetti parliamo. Dopo il primo incontro con il concetto di Poetry Comics, scoprendo la serie di tavole The Poem as Comic Strip, che pur nella sua eccezionalità rimaneva un tipo di fumetto piuttosto tradizionale che a partire da un testo poetico compie un’opera di "riduzione ad altro linguaggio" - quello che a me ha subito interessato molto del poetry comics è il fatto che ha aperto la strada ad una nuova generazione di autori, giovanissimi, che hanno cominciato a realizzare fumetti a partire dall’interesse per la poesia, e non viceversa.

Questo approccio a me affascina molto perché in un qualche modo toglie il fumetto dall’alveo dell’esclusivo professionismo autoreferenziale cui spesso sono gli stessi autori a relegarlo, e dall’altro ci sottopone l’esperienza di una nuova - vecchia in realtà, ma spesso in disuso e derisa - concezione del disegno come strumento e non come fine.

Sorprendenti in questo caso i risultati: è proprio a partire da questo tipo di esperimenti e di intromissione di gente e idee altre nella realizzazione di fumetti che vediamo più da vicino potenzialità inespresse e riconosciamo standard comunicativi del linguaggio.

E’ sorprendente che Bianca Stone, recentemente intervistata dal Comics Journal, citi tra le sue fonti un Edward Gorey abbastanza evidente ma anche uno Swamp Thing di Alan Moore tratto direttamente dalla cassetta degli attrezzi di ogni buon autore, ed è altrettanto sorprendente a mio avviso che nella sua elaborazione raggiunga risultati paragonabili ad autrici di tutt’altra formazione, come ad esempio - a me in qualche modo la ricorda - la finlandese Amanda Vahamaki.

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Amanda Vahamaki

Se a partire dal testo poetico o dallo studio accademico del disegno i risultati finali si avvicinano, per me significa anche che facciamo un passo in più nella definizione di questo linguaggio strano che è il fumetto, che non è nè testo nè immagine e la cui efficacia non andrebbe valutata come sovente avviene unicamente in relazione - subalternità? - ad altri modi di comunicare ma come linguaggio complessivo per sè, i cui strumenti sono altri che quelli cui molta critica, a seconda del caso più mirata al testo (inteso come narrazione complessa) o alla bravura nella realizzazione della singola illustrazione, presta maggiormente attenzione.

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Bianca Stone

Nella difficoltà di codificazione di quello che è la Comics Poetry, ammessa dagli stessi autori che ne compongono l’anima come movimento, io trovo una fonte di ricchezza: la partecipazione al dibattito sul linguaggio di persone e artisti che parlano a fumetti semplicemente perchè così gli è naturale, una prima generazione - dopo i primi lettori degli inserti domenicali sui quotidiani del principio del secolo scorso - che è stata testimone di un periodo florido di autori e opere che, soprattutto negli Stati Uniti, hanno saputo rimettere mano alla grammatica del fumetto a partire da dove tutto si era apparentemente bloccato - in una sintesi tagliata a fette - all’esordire del comic book di supereroi.

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Paul K. Tunis

E altrettanto sorprendente è che comunque, anche in questo approccio relativamente esterno, tornano e ritornano elementi e connessioni tra cui, ripeto, la concentrazione sulla tipografia della parola, che diventa elemento grafico e di impaginazione a prescindere dal contenuto. Contenuto, in questa tavola di Paul K. Tunis, che tra l’altro si rifà ad una impaginazione classica, e molto supereroistica, dell’abituale copertina di un comic book statunitense, a partire dalla codificazione estetica del numero dell’albo e del prezzo.

I’m not convinced every word is not an onomatopoeia

Ci sono, nei fumetti, autori che con migliaia di pagine hanno intrattenuto milioni di lettori pur non facendo fare un passo in avanti alla forma fumetto. Altri che con una manciata di tavole hanno illustrato prospettive che hanno influenzato decine di autori dopo di loro, come il caso di "Here" di Richard McGuire, edito su RAW Comics V2 #1, di cui di seguito presento la versione in video del 1991, che ne rende esattamente la genialità:

Io non penso che una cosa sia a prescindere migliore dell’altra, ma penso che se comunicazione squilibrata c’è e c’è stata sia stata spesso a scapito del secondo esempio piuttosto che del primo. E che questo abbia reso i fumetti meno interessanti a tutto un mondo di persone che potrebbero esserne interessate per quello che il fumetto è e non per quello che abitualmente ci racconta.

In definitiva, penso che una distinzione tra poesia e prosa nei fumetti alla fin fine si possa dare, pur senza accezioni qualitative dirette, e che il fenomeno comics poetry sia interessante perchè per la prima volta un gruppo di giovani artisti si dedica al fumetto libero da stereotipi e pregiudizi sul linguaggio che sono dei tanti, mi ci metto anche io, che per troppo tempo hanno diffuso il fumetto con un impegno militante e forse escludente che ha contribuito a renderlo affare per pochi mentre quello di cui abbiamo bisogno è che sia sperimentato, tirato, strattonato fino a vedere quanto resiste e quanto ancora può darci.

Non dobbiamo avere paura che qualcuno ci rompa il giocattolo: qualsiasi contributo esterno può solo migliorarlo.

Mi scuso per la lunghezza, e soprattutto per l’approssimazione di questo confuso mettere insieme appunti in pubblico, sperando che possa essere utile a proseguire la discussione sull’argomento.

Per oggi ho finito e se volete continuiamo a parlarne privatamente o in pubblico, everywhere.

Besos!
c.

PS: Daniele Barbieri concludendo il dibattito è riuscito a mettere insieme uno dei miei artisti feticcio, il William Blake di The Tyger, noto tra l’altro per essere citato in alcune opere a fumetti significative, tra cui a braccio mi vengono in mente Watchmen di Moore/Gibbons e L’ultima caccia di Kraven di DeMatteis/Zeck, e i fumetti, illustrando come già Tyger fosse un esempio di graphic poetry e come nella traduzione a testo scritto se ne perda parte del significato rispetto al disegno originale, a partire dall’apparente refuso nel nome dell’animale:

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The Tyger, William Blake

Per avermi fatto notare anche questa cosa, lo ringrazio ulteriormente.